Non ho soluzioni magiche nel mio lavoro ma cerco di aiutare le persone a superare momenti bui della loro vita, a rendere evidenti copioni ripetitivi, a prendere contatto con il proprio dolore, e a comprenderlo senza biasimarlo. Aiuto le persone ad accettare i propri limiti, e a mettere in risalto ciò che di positivo è in loro. Le aiuto, dunque, a ritrovare se stesse.
Credo che questo stralcio, tratto da un romanzo di I. Allende, sia esemplificativo di tutto ciò:
“La vita è piena di ironia. Quando vidi disintegrarsi la mia famiglia ed eliminai buona parte dei miei rapporti, la solitudine smise di darmi pena. (…) Impiegai un’eternità ad accettare che più accumulavo più ero vulnerabile, perché vivo in un ambiente dove il messaggio contrario viene ripetuto fino alla nausea. È necessaria una lucidità tremenda (…) per non cadere nella trappola. Io non l’avevo, dovevo colare a picco fino a toccare il fondo per acquisirla al momento del disastro, quando non mi restava più nulla scoprii che non mi sentivo depresso, ma libero. Capii che la cosa più importante non era essere sopravvissuto o l’avere successo, come immaginavo prima, ma la ricerca della mia anima rifugiatasi sulle rive dell’infanzia. Nel ritrovarla seppi che quel potere, per il quale dissipai tanti disperati sforzi, era sempre stato in me. Mi riconciliai con me stesso, mi accettai con un po’ di benevolenza ed ebbi allora il mio primo barlume di pace. Credo sia stato l’istante preciso in cui presi coscienza di chi sono realmente e sentii infine di avere il controllo sul mio destino”.
Tratto da “Il pian infinito” di Isabel Allende
